25 novembre, Giornata contro la violenza sulle donne: Non restiamo in silenzio!

25 novembre, Giornata contro la violenza sulle donne: Non restiamo in silenzio!

La violenza di genere in passato veniva considerata una conseguenza di devianze psichiche personali, problemi mentali oppure legata a contesti di povertà ed emarginazione.

Oggi è una vera e propria piaga sociale che interessa ogni strato culturale, socio-economico, senza distinzioni di età, religione o razza.

Un elevato coefficiente di violenza si rileva nelle relazioni affettive e familiari, manifestandosi lungo una linea continua di gravità sempre crescente, infatti molte mura domestiche sono lo scenario di violenza fisica, psicologica e di femminicidio, termine non inteso nel senso stretto di omicidio di donne, ma anche per estensione in quello di violenza omicida da parte degli uomini ai danni delle donne in quanto tali, ossia appartenenti al genere femminile.

La violenza non è un’espressione di un rapporto d’amore ma di una relazione patologica.

Non è amore quello che ferisce il corpo e la mente, che fa vivere nella paura di fare e di dire, che domina, che demolisce l’altro, comprime e distorce la personalità con la violenza psicologica, non è amore quello che conduce in un deserto di sofferenza, tristezza ed umiliazione.

Nelle relazioni asimmetriche, caratterizzate dal dominio e potere di un partner sull’altro, possono verificarsi tutte le forme di violenza: fisica, psicologica, economica, sessuale e l’equilibrio della condivisione affettiva, delle emozioni ed empatia viene sostituito dalla crudeltà.

Troppe sono le donne imprigionate in ruoli stereotipati di subordinazione e sudditanza, che vivono una condizione di silenziosa acquiescenza a compiti e doveri, di passiva accettazione di violenza da parte di individui a cui manca l’orientamento guida di una rappresentazione di essere umano e con l’incapacità di vivere le relazioni rispettando l’altrui dignità e valore.

Spesso, quando il nuovo ruolo sociale della donna autonoma, la sua identità, vengono vissuti come un’invasione degli spazi, che l’uomo storicamente ed erroneamente ha inteso come diritti sanciti dalla posizione antropologicamente occupata fin dai primordi, la donna diventa il nemico da abbattere con la violenza, per ripristinare una posizione dominante.

I profondi vissuti di disagio, di depressione, perdita di vitalità, costante paura e terrore portano le vittime a isolarsi, mettendo da parte le proprie emozioni poiché l’attenzione è rivolta al partner abusante per cercare di sopravvivere alla situazione.

Nella dipendenza affettiva la vittima si annulla come persona, perdendo il contatto con il proprio essere e con la capacità di fronteggiare le situazioni e, se non è dotata di una solida autostima, può attribuire a se stessa la responsabilità del comportamento violento del partner, leggendolo in modo riduttivo come raptus momentaneo e arrivando in seguito a trovarsi in un circolo vizioso.

La trappola psicologica innescata dalla manipolazione relazionale, una sorta di lavaggio del cervello, porta a una condizione di passiva accettazione e a non ammettere di essere vittima della violenza, neanche quando bisogna accedere ai servizi sanitari per danni fisici osservabili che necessitano di trattamenti clinici di cura.

Tale manipolazione ha un ciclo tipico: una fase d’accumulo delle tensioni nelle interazioni, l’atto aggressivo, una fase di calma e di riconciliazione tecnicamente nota come la “luna di miele”, momento più pericoloso in cui l’uomo manifesta pentimento e volontà al cambiamento, illudendo la vittima, che oltre alla sottomissione sperimenta erroneamente un ruolo riabilitativo nel perdonare.

Più la donna decide di continuare una relazione più l’aggressore è condizionato a ritenere che la vittima accetti la violenza come conseguenza delle sue provocazioni e quindi mette in atto nuove violenze.

Difficilmente le vittime che subiscono anche ricatti economici e che vengono isolate socialmente trovano il coraggio di denunciare alle autorità gli abusi, condizionate anche dalle leve emozionali del senso di vergogna e di colpa, dalla paura di ritorsioni, perché si teme di “perdere” quel labile equilibrio rappresentato da una casa, dai figli, dal sostentamento economico.

Le vittime devono riconoscere di vivere una situazione di violenza che non è mai giustificabile e trovare il coraggio di denunciare alle forze dell’ordine, ai centri antiviolenza, per iniziare un percorso di ricostruzione della propria identità, della fiducia e del senso di sé che porti a liberarsi da una relazione perversa e dolorosa.

Il Coordinamento Donne FNP Nazionale esprime solidarietà a tutte le vittime, indicando, come azioni politico-sociali positive orientate al contrasto della violenza, dei percorsi educativi e formativi nelle scuole per le nuove generazioni, per prevenire il diffondersi di culture sessiste, misogine e violente e di modelli di rappresentazione delle relazioni tra uomini e donne fortemente asimmetriche, con interventi non sporadici, ma che devono rientrare in una programmazione continua della cultura di genere e della non violenza, una adeguata formazione di figure di sostegno, una rete sociale di supporto e solidarietà, campagne di educazione e sensibilità pubblica miranti a modificare la concezione di ruoli, che incoraggino le denunce, poiché le donne nel momento in cui si sentono sostenute cominciano a tirare fuori la forza interiore e diventano capaci di affrontare situazioni complicate e prendere decisioni per ri-progettare la propria esistenza.

Sono necessarie un’assistenza sia psicologica sia pratica, con strumenti validi per consentire di allontanarsi da un ambiente violento, misure per garantire alle vittime protezione economica e un rifugio sicuro, azioni giudiziarie, l'applicazione delle leggi contro la violenza per i colpevoli e anche la creazione di spazi d’ascolto e interventi terapeutici sugli uomini violenti, per fare in modo che intraprendano un percorso di cambiamento che li aiuti a gestire le emozioni in modo adeguato.

Sosteniamo un cambiamento sociale e culturale, che favorisca un’evoluzione delle relazioni fondate sul riconoscimento della parità e dignità delle persone come valore assoluto.

Facciamolo insieme.

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24/11/2021
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