Rapporto Osservasalute 2019, peggiora l'offerta sanitaria e assistenziale del nostro SSN

Rapporto Osservasalute 2019, peggiora l'offerta sanitaria e assistenziale del nostro SSN

25/06/2020

L'Università Cattolica di Roma ha pubblicato in questi giorni l'annuale Rapporto sullo stato di salute del nostro SSN e sulla qualità dell'assistenza nelle regioni italiane, mettendone in evidenza i punti di forza e quelli di debolezza.

Il volume analizza i diversi aspetti demografici e assistenziali, dalle condizioni di salute e i bisogni della popolazione, alla qualità dei Servizi Sanitari Regionali.
Di seguito Vi riportiamo la premessa del Rapporto e una sintesi delle principali tematiche affrontate, con un'attenzione particolare rivolta al tema della cronicità e dell'assistenza domiciliare.

Premessa del Rapporto
La crisi drammatica che stiamo vivendo ha improvvisamente messo a nudo fino in fondo la debolezza del nostro sistema sanitario e la poca lungimiranza della politica nel voler trattare il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) come un'azienda economica alla ricerca dell'efficienza e dei risparmi, trascurando il fatto che la salute della popolazione non è un mero beneficio accessorio, ma un investimento economico con alti rendimenti, sia sociali che economici.
I successi, in termini di salute e sopravvivenza, sono sempre stati un fiore all'occhiello del nostro SSN, ma ci si è sempre interrogati sulla sostenibilità di questi successi, minati dal lungo processo di invecchiamento della popolazione e dalla riduzione delle risorse destinate alla Sanità Pubblica che si stava osservando da circa 10 anni.

Nel 2018 la spesa sanitaria complessiva, pubblica e privata, sostenuta dalle famiglie, ammonta a circa 153 miliardi di euro, dei quali 115 miliardi di competenza pubblica e circa 38 miliardi a carico delle famiglie.

Dal 2010 al 2018 la spesa sanitaria pubblica è aumentata di un modesto 0,2% medio annuo, molto meno dell'incremento del Prodotto Interno Lordo che è stato dell'1,2%. Al rallentamento della componente pubblica ha fatto seguito una crescita più sostenuta della spesa privata delle famiglie, pari al 2,5%.

Dal 2010 al 2018 il numero di posti letto è diminuito di circa 33.000 unità, con un decremento medio dell'1,8%, continuando il trend in diminuzione osservato già a partire dalla metà degli anni Novanta.

Nel 2017 il numero di medici e odontoiatri del SSN è di 105.557 unità, registrando un calo media dell'1,5% rispetto al 2014, quando i medici erano 107.276; al livello regionale il tasso di medici e odontoiatri del SSN per 1.000 abitanti è in diminuzione, a eccezione di Trentino-Alto Adige, Puglia, Umbria e Sardegna.

In particolare, in tutte le Regioni del Centro e del Sud e delle Isole, la riduzione del tasso di medici e odontoiatri per 1.000 abitanti risulta più marcata e, in via generale, con valori superiori al dato nazionale. Per quanto riguarda il personale infermieristico si registra una riduzione dell'1,7% del numero di unità, che passano da 269.151 nel 2014 a 264.703 nel 2017.
Al livello territoriale, ad eccezione di Valle d'Aosta, Trentino-Alto Adige, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Basilicata e Calabria, in tutte le Regioni si riscontra il trend negativo. In particolare, le riduzioni più marcate si registrano in Abruzzo, Liguria, Friuli Venezia Giulia e Molise.

Attività ospedaliera
Dal punto di vista dell'attività di assistenza erogata dagli ospedali, il Rapporto evidenzia che il tasso standardizzato di dimissioni ospedaliere a livello italiano, ovvero il rapporto tra il numero dei pazienti dimessi dalle strutture sanitarie e la popolazione residente, mostra un andamento in progressiva riduzione nel periodo 2013-2018, passando da 155,5 ricoveri su 1.000 residenti del 2013, a 132,4 per 1.000 del 2018.

Al livello regionale il tasso di dimissione totale varia dai 158,6 e 149,8 per 1.000, rispettivamente di Valle d'Aosta e PA di Bolzano (valori maggiori), a 117,8 e 123,7 per 1.000, rispettivamente di Sicilia e Puglia (valori minori). Nel 2018, nessuna regione italiana presenta valori oltre la soglia fissata dal DM n. 70/2015 di 160 per 1.000.

Nel 2018, si registra una Degenza Media (DM) complessiva, standardizzata per case-mix, pari a 7,1 giorni. Tale valore è in leggero aumento rispetto al valore registrato nei 3 anni precedenti (6,9, 7,0 e 7,0 giorni) e questa crescita può essere spiegata dalla progressiva riduzione del tasso di ospedalizzazione che, indirettamente, determina una maggiore prevalenza dei ricoveri più complessi.

Cronicità
Nel 2018, le condizioni di sopravvivenza della popolazione migliorano registrando un aumento della speranza di vita alla nascita: per gli uomini di 80,9 anni (+0,3 rispetto al 2017), mentre per le donne 85,2 anni (+0,3 rispetto al 2017).

A 65 anni di età la speranza di vita residua è di 19,3 anni per gli uomini (+0,3 rispetto al 2017) e di 22,5 anni per le donne (+0,3 rispetto al 2017).

Al primo gennaio 2019 la popolazione residente in Italia è pari a 60 milioni 391 mila unità dei quali gli over 65enni sono 13, 6 milioni, rappresentano il 22,8% della popolazione totale. Le proiezioni dell'Istituto Nazionale di Statistica mostrano che questa fascia di popolazione, nel 2030, ammonterà al 26,0%, pari a poco più di 16,2 milioni di abitanti, mentre nel 2040 saranno oltre 19,1 milioni, il 31,1% degli italiani. Prosegue l'aumento dello squilibrio demografico: al primo gennaio 2019 la stima dell'Indice di Vecchiaia è di 172,9 per gli ultra 74enni per cento giovani di età <15 anni (era 143,4 per cento giovani di età <15 anni solo 11 anni prima).

Un altro dato che risulta in aumento, nel 2018, è la percentuale di residenti affetti da almeno una patologia cronica che, guadagnando 1,0 punto percentuale rispetto al 2017, raggiunge il 40,8%. Le patologie cronico- degenerative affliggono il 54,1% della popolazione di età 55-59 anni raggiungendo la quota dell'86,9% tra le persone ultra 75enni. Le proiezioni della cronicità indicano che tra 10 anni, nel 2030, il numero di malati cronici salirà a oltre 26,5 milioni, mentre i multi cronici saranno circa 14,6 milioni. La patologia cronica più frequente sarà l'ipertensione, con quasi 12,5 milioni di persone affette nel 2030, mentre l'artrosi/artrite interesserà oltre 11,3 milioni di italiani; per entrambe le patologie ci si attende circa 1,5 milioni di malati in più rispetto al 2018.

Gli ultimi dati mostrano che il 21,5% della popolazione ha dichiarato di essere affetto da due o più patologie croniche con una frequenza maggiore per il genere femminile, in particolare dopo i 55 anni. Tra gli ultra 75enni la comorbilità si attesta al 66,6% (57,6% uomini e 72,0% donne).

Assistenza domiciliare integrata
In Italia, per l'anno 2018, si contano 371.910 pazienti con età ≥65 anni che sono ricorsi all'ADI, corrispondente al 2,81% della popolazione ultra 65enne media residente. Il numero degli assistiti trattati in ADI con età ≥65 anni si presenta in crescita guadagnando un incremento del 7,7% rispetto al 2017.

A livello regionale si osservano importanti disomogeneità: si va, infatti, da un tasso minimo dello 0,19% in Valle d'Aosta, ad un valore massimo del 4,94% del Molise, cui seguono Sicilia, Emilia- Romagna e Basilicata (3,94%, 3,55% e 3,50%, rispettivamente). Se si analizza un target di età più elevato e, nello specifico, gli ultra 75enni, si nota un ricorso all'ADI pari al 4,62% della popolazione ultra 75enne media residente. A livello regionale è evidente un andamento pari al precedente con la Valle d'Aosta che presenta il valore più basso di ricorso all'ADI (0,29%) ed il Molise che presenta, invece, il valore maggiore (7,97%).

Per quanto riguarda il numero di ADI rivolte ai pazienti terminali, a livello regionale il Lazio presenta il valore più basso con 34,89 casi (per 100.000), mentre il Veneto il valore più elevato con 175,76 casi (per 100.000).

Vaccinazioni
Il Rapporto Osservasalute evidenzia che nell'intera stagione influenzale 2018-2019, il 13,61% della popolazione ha avuto una patologia simil-influenzale per una stima totale di circa 8.072.000 casi. Come di consueto, queste patologie hanno colpito maggiormente la popolazione di età pediatrica: nello specifico il 37,28% dei bambini di età 0-4 anni, il 19,75% di età 5-14 anni, il 12,77% di individui di età compresa tra 15-64 anni e il 6,21% di anziani di età ≥65 anni. Nelle ultime due stagioni influenzali l'incidenza delle ILI nella fascia di età 0-4 anni è stata la più alta a partire dalla stagione 2004-2005.

Dal Rapporto emerge che la copertura vaccinale antinfluenzale nella popolazione generale si attesta, nella stagione 2018-2019, al 15,8%, con lievi differenze regionali. Negli anziani ultra 65enni, la copertura antinfluenzale non raggiunge in nessuna Regione neppure i valori considerati minimi dal Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale, che individua nel valore di 75% l'obiettivo minimo perseguibile e nel valore di 95% l'obiettivo ottimale negli ultra 65enni e nei gruppi a rischio. Il valore maggiore si è registrato in Basilicata (66,6%), seguita da Umbria (64,8%), Molise (61,7%) e Campania (60,3%), mentre le percentuali minori si sono registrate nella PA di Bolzano (38,3%), in Valle d'Aosta (45,2%) e in Sardegna (46,5%).

Nell'intero arco temporale considerato (stagioni 2008-2009/2018-2019), per quanto riguarda la copertura vaccinale degli ultra 65enni, si è osservata una diminuzione, a livello nazionale, del 19,8%. Nelle ultime due stagioni (2017-2018/2018-2019), sempre nella classe di età 65 anni e oltre, il valore nazionale mostra un leggero aumento (+0,8%).

Considerazioni
Alla luce dei dati presentati nel Rapporto che evidenziano un complessivo peggioramento dell'offerta sanitaria e assistenziale del nostro SSN, riteniamo che, con il progressivo invecchiamento della popolazione, è essenziale ripensare ad una riorganizzazione e ad incremento cospicuo delle attuali risorse umane, strumentali e infrastrutturali che caratterizzano l'offerta dei servizi assistenziali territoriali e domiciliari al fine di renderli più efficaci e parte integrante di un modello basato sulla continuità assistenziale tra territorio e ospedale. Inoltre, ci auguriamo che la profilassi vaccinale per l'influenza diverrà un elemento cruciale nella gestione di eventuali future ondate di coronavirus, perché potrà contribuire a discernere tra influenza e sindrome Covid-19 e ridurre comunque i tassi di mortalità.

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