L'Europa che invecchia: lavoro, sanità e pensioni non reggono. E' possibile invertire la rotta?

L'Europa che invecchia: lavoro, sanità e pensioni non reggono. E' possibile invertire la rotta?

L'editoriale della segretaria nazionale Patrizia Volponi sull'ultimo numero di Contromano

06/08/2019

Secondo l'ultimo studio OCSE gli anziani nel 2050 saranno 2,4 miliardi nel mondo, oggi sono meno di 900 milioni, in Italia sono già il 20% della popolazione: i sistemi sanitari non sono pronti, il 12% della popolazione mondiale ha più di 60 anni, diventeranno il 21% nel 2050. L'Europa invecchia: lavoro, sanità e pensioni non reggono. La domanda che si pone è: è possibile invertire la rotta?

In base alle indicazioni dello studio “Prospettive demografiche dell'Ue” nell'Europa a 28 ci sono poche culle, aumentano gli anziani, gli immigrati non bastano a segnare una svolta positiva: la popolazione comunitaria è destinata a invecchiare e a una contrazione del numero dei suoi cittadini rispetto al resto del mondo con pesanti ricadute sul piano sociale.

“La popolazione dell'Unione europea crescerà lentamente e continuerà a invecchiare in modo significativo” sulla base delle tendenze in corso “e rappresenterà una proporzione sempre minore della popolazione mondiale”. Questa la sintesi dello studio “Prospettive demografiche dell'Ue”, il primo di una serie in uscita quest'anno, condotti dal Servizio di ricerca del Parlamento europeo (EPRS) in collaborazione con GlobalStat e l'Istituto universitario europeo (EUI) per “evidenziare e indagare le tendenze demografiche nell'Unione e le loro ricadute”.

Tra il 1960 e il 2017 la popolazione dell'Ue (prendendo come riferimento gli odierni 28 Paesi) è cresciuta da 406,7 milioni a 511,8 milioni di abitanti. Nel '61 però erano nati 7,6 milioni di bambini ed erano morti 4,1 milioni di persone mentre nel 2017 le nascite sono state 5,1 milioni e le morti 5,1 milioni e poco più. Il processo di crescita demografica è quindi rallentato (addirittura negativo nel 2017) e, se non cambiasse nulla, le proiezioni indicano che nel 2050 saremo 528,5 milioni mentre entro il 2080 la crescita avrà invertito segno e saremo 518,8 milioni. Questo dato, posto sul grafico della crescita demografica a livello mondiale, significa che, se nel 1960 gli abitanti dell'Ue rappresentavano il 13,5% della popolazione del mondo, nel 2015 erano solo il 6,9% e nel 2055, salvo sorprese, rappresenteranno il 4,9% dei 10 miliardi di persone che abiteranno sulla Terra.

Il secondo dato su cui c'è da riflettere è l'invecchiamento: tra il 2001 e il 2016 l'età media nell'Ue si è alzata di 5 anni: era 38,3 anni ed è diventata 42,6. Nel 2004 il numero di over 65 ha uguagliato quello dei minori di 14 anni. Nel 2016 gli over 60 erano il 25,3% della popolazione; gli ottantenni erano il 5,4%, ma saranno l'11,4% nel 2050 mentre continuerà il percorso di “contrazione” della popolazione 15-64, quella in età lavorativa. Nel 2080 cinque persone saranno in età lavorativa ogni quattro anziani o bambini, cioè le due fasce “dipendenti”, con tutto quello che ciò comporta sul piano economico, del mercato del lavoro, della sanità e dei sistemi pensionistici. Ci sono naturalmente differenze tra i vari Paesi europei ma la tendenza di fondo è unica. Oggi l'Irlanda ha l'età media più bassa (36,6 anni), la Germania la più alta (45,8 anni). L'Italia sarà la prima, nel 2029, ad avere l'asticella dell'età media della sua popolazione sul 50. In Italia è la Liguria la regione con un indice di vecchiaia più alto (242,7 anziani ogni 100 giovani) mentre quella con il valore più basso è la Campania (113,4%), nella Ue a 28 l'Italia si classifica al secondo posto, preceduta dalla Germania (160/100).

Tre sono i fattori che potrebbero generare una modifica di questi trend: cambiamenti dell'aspettativa di vita, modifiche ai tassi di fecondità e movimento delle persone (libera circolazione e migrazione). L'attesa di vita per le donne è passata da 72,4 anni nel 1960-65 agli 82,7 attuali mentre per gli uomini dai 67 ai 77. L'allungamento della vita però non significa necessariamente prolungamento della “fase sana della vita”. Quanto al tasso di fecondità medio nell'Ue, nel 2015 è stato di 1,58 (con Francia, Irlanda, Svezia e Regno Unito sopra l'1,8 e Polonia, Spagna, Italia, Grecia pochissimo sopra l'1,3). Infine l'afflusso di immigrati nel biennio 2014-2016 è stato di 2 milioni di immigrati “regolari” e 1,5 di immigrati “illegali”. Questo flusso di persone “può essere un aiuto nel mitigare gli effetti dell'invecchiamento della popolazione”, ma non fino al punto di “compensare”. Il dato immigrazione non risponderebbe nemmeno alle sfide economiche alla luce di due fattori: il tasso di disoccupazione tra i rifugiati e gli immigrati è più alto della media e le qualifiche e competenze spesso inadeguate per le richieste di un mercato del lavoro sempre più altamente qualificato.

Il messaggio che i ricercatori inviano ai politici quindi è cristallino: “Le politiche per mutare le tendenze demografiche sono limitate e, seppure efficaci, ci mettono del tempo per segnare un cambiamento”.

Quindi nel breve e medio periodo l'unica cosa da fare è “adattare e preparare la transizione verso un'Ue più vecchia”.

Una, se non ‘la' questione cruciale in questo panorama, è quella di adeguare i servizi sanitari, su cui si ferma anche lo studio Ue. La popolazione che invecchia significa “aumento di malattie croniche e multi-patologie” e relativa “crescita della domanda di assistenza sanitaria”; implica perciò necessità di un numero adeguato di medici e comporta il rischio di ineguaglianze di accesso all'assistenza sanitaria.

Un dato di riferimento è che il 7,2% del Pil dei governi dei 28 nel 2015 è andato a coprire i costi della sanità. Le indicazioni che dà il documento – muovendo dal fatto che l'Ue ha solo una “competenza di sostegno sul capitolo della salute” e non può elaborare politiche vincolanti per gli Stati membri – si muovono in tre direzioni: incoraggiamento a pensare a una rivoluzione dei sistemi sanitari per renderli “adeguati alle necessità e resilienti”; lavorare sulla prevenzione delle malattie con progetti e campagne sugli stili di vita sani per consentire al maggior numero di persone un “invecchiamento sano”; puntare però anche agli adolescenti contrastando comportamenti sbagliati che “degenerano in patologie croniche nell'età adulta”, prima fra tutte l'obesità infantile che a oggi “rappresenta un grosso problema di sanità pubblica nell'Ue”.

Il passaggio a popolazioni più anziane sfiderà la società in molti modi, la domanda di salute, cura, assistenza a lungo termine, i servizi sociali e le pensioni aumenterà mentre la percentuale di popolazione in età lavorativa tenderà a diminuire. Tuttavia l'invecchiamento della popolazione presenta anche molte opportunità. Le persone anziane dànno importanti contributi sociali come membri della famiglia, volontari e partecipanti attivi nella forza lavoro e nella società. In effetti le popolazioni anziane rappresentano una sostanziale ma ancora sottosviluppata risorsa umana e sociale.

Considerazioni economiche tradizionali, sui sistemi pensionistici, di assistenza, sanitari, sui loro costi attuali se non riconcettualizzate alla luce di questa grande sfida che è la longevità rischiano non solo di essere fuorvianti ma di non centrare gli obiettivi né di efficienza tantomeno di efficacia. Nuove ricerche sulla comunicazione elettronica e sull'intelligenza artificiale avranno un significativo impatto sulla vita delle persone anziane, per esempio per migliorare l'indipendenza sociale, l'interazione, la mobilità, la funzione, la cura e la fornitura di servizi attraverso l'e-Health. Se l'Europa agisce ora ci sono interessanti opportunità per la trasformazione della società e a lungo termine della sostenibilità, oltre a vantaggi economici derivanti dalla fornitura di nuovi prodotti e servizi.

I servizi sanitari europei attuali, di assistenza sociale e pensionistici sono frammentati e non sostenibili. I sistemi esistenti non sono costruiti in modo da poter adeguatamente soddisfare le esigenze di questo cambiamento demografico, inoltre le strutture di finanziamento attuali sono insostenibili. Ci sono enormi opportunità per soluzioni nuove e flessibili per rivedere l'azione dei sistemi pubblici, privati, sociali, sanitari dentro un quadro di rinnovato impulso dell'economia in tutta l'Europa.

Questo farà si che l'invecchiamento diventi un paradigma cui uniformare le scelte all'interno di una concezione dello sviluppo e capace di usare al meglio le nuove tecnologie, sistemi, modalità migliori di progettazione che conducano per esempio a città intelligenti, fruibili dai cittadini la cui età non è solo quella della produttività economica ma anche quella della produttività sociale che l'esperienza e l'incanutimento recano con sé come riserve per altri. Sono trascorsi 7 anni dal 2012, anno europeo per l'invecchiamento attivo, concetto da diversi anni in agenda a livello europeo perché considerato uno strumento utile per contribuire a risolvere a tutti i livelli alcune delle principali sfide legate all'invecchiamento della popolazione.

Esistono inoltre ragioni culturali, poiché, diversamente da quanto in parte poteva avvenire in passato, un numero crescente di anziani vuole oggi essere tutt'altro che inoperoso, ha anzi interessi di ogni genere ed è motivato a mantenersi in maniera attiva, partecipe e solidale. Altro elemento di importanza non certo secondaria è quello dei benefíci diretti sia sociali sia psicologici.

L'invecchiamento attivo è stato descritto da Mett Morrow e Howell nel 2010 come un concetto “WIN-WIN”. Con l'assunzione del paradigma dell'invecchiamento attivo si supera infatti quella visione dell'età anziana che ancora oggi purtroppo viene talora riproposta come una fase passiva causata dall'esistenza da bisogni di assistenza e marginalità sociali, a favore di una visione delle persone anziane come risorsa e protagoniste della vita sociale, concetto illustrato da A. Walker nel 2011: da anni questo approccio è costantemente promosso a livello europeo, di cui alcune milestones sono state la creazione del Partenariato Europeo per l'innovazione sull'invecchiamento attivo e in buona salute nel 2011, la designazione del 2012 come anno europeo dell'invecchiamento attivo; lo sviluppo e il lancio, nello stesso anno, dell'indice di invecchiamento attivo voluto dalla Commissione Europea e Commissione Economica per l'Europa delle Nazioni Unite (UNICE) al fine di poter misurare il livello di invecchiamento attivo in un dato contesto geografico in base a una serie di indicatori.

Alla luce delle fondamenta teoriche sopra esposte, qual è la situazione in Italia? Esistono politiche operanti in tale direzione, a livello nazionale, regionale e locale? Partendo dalla considerazione che di promozione dell'invecchiamento attivo a livello internazionale ed europeo si parla ormai dagli inizi del 2000, e da almeno sei o sette anni con notevole energia, in Italia gli sforzi finora compiuti possono essere riassunti così: molto limitati a livello nazionale; rappresentati da pochi esempi virtuosi a livello regionale; caratterizzati da una certa vivacità a livello locale, che risulta tuttavia di difficile mappatura.

Per quanto riguarda il livello nazionale, nel terzo rapporto del Ministero del Lavoro sullo stato dell'arte, in merito all'implementazione del piano internazionale di Madrid, circa le azioni sull'invecchiamento e relative strategie regionali di implementazione, in mancanza di azioni concrete evidenti, viene (per l'ennesima volta) genericamente sottolineato che questa implementazione è “al momento in via di definizione” (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, 2017). Tra le azioni più concrete a livello nazionale, vanno menzionate alcune proposte di legge sull'invecchiamento attivo, la più significativa delle quali risulta quella presentata nel gennaio 2016 con primo firmatario l'On. Patriarca (proposta n. 3538).

A livello regionale, politiche e interventi in tale ambito si sono concretizzati in diversi modi (inclusi, per esempio, documenti programmatici). Uno studio INRCA (Istituto Nazionale di Riposo e Cura per Anziani) del 2016 si è concentrato su una mappatura, analisi e valutazione delle leggi regionali (incluse le proposte di legge) in materia. Lo studio ha evidenziato che in sole quattro regioni italiane (Abruzzo, Friuli-Venezia Giulia, Liguria e Umbria) è in vigore una legge che regoli l'invecchiamento attivo in maniera trasversale, prevedendo dunque interventi organici a tal fine. Tra le restanti 16 regioni, solo in cinque (Basilicata, Campania, Piemonte, Sardegna e Sicilia) esistono una o più proposte di legge con tali caratteristiche. Il Dipartimento per le politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri ha recentemente stipulato un Accordo di collaborazione con l'Istituto Nazionale di Riposo e Cura per Anziani – IRCCS-INRCA, nella prospettiva di contribuire al consolidamento di un coordinamento nazionale fra i diversi attori impegnati in materia di invecchiamento attivo e inclusione sociale delle persone anziane.

Nel corso del Forum PA di quest'anno, il Dipartimento presenterà le linee di intervento del progetto, con l'intento di rilanciare un dibattito fra Istituzioni, operatori e società civile sui temi legati all'invecchiamento attivo e alla solidarietà intergenerazionale.

Sono certamente molte le sfide poste dalla costruzione di un percorso verso questo fine. Una delle principali riguarda la capacità di distanziare e separare i percorsi di invecchiamento attivo da quelli dedicati a finalità assistenziali. Testo e interventi delle leggi in materia dovrebbero essere infatti esplicitamente diretti all'“attivazione” della popolazione in età anziana, e quindi distinti dalle misure rivolte all'anziano non autosufficiente e bisognoso di assistenza, condizione cui vanno rivolti interventi normativi differenziati. Nella prospettiva dell'invecchiamento attivo, infatti, le diverse condizioni di salute vanno considerate al fine di riuscire a fornire anche a individui in condizioni di salute non buone, valide opportunità di poter invecchiare in maniera attiva.

Ciò implica anche la necessità di operare un ampliamento di prospettiva tra i professionisti medici e sanitari che, per background formativo e professionale, sono strutturalmente orientati verso la sola cura e assistenza, e meno predisposti a far proprio il concetto di invecchiamento attivo e promuoverlo come strumento di prevenzione e promozione della salute. Per colmare questo gap sarà molto utile, se non necessario, prevedere percorsi formativi ad hoc rivolti anche alle professioni sanitarie, al fine di familiarizzare con questo concetto e con i relativi benefici.

In un mondo sempre più globalizzato come quello attuale, non possiamo sottovalutare una tendenza in forte crescita, vale a dire quella di molti pensionati che decidono di lasciare il nostro Bel Paese, attratti dai vantaggi fiscali e dal basso costo della vita di molti Stati esteri; un fenomeno tutt'altro che transitorio, che purtroppo a lungo andare avrà riflessi rilevanti in senso negativo sulla ricchezza nazionale, culturale e sociale del nostro Paese. Valutare l'idea di lasciare l'Italia, le proprie origini, tradizioni e gli affetti più cari è indubbiamente un passo molto doloroso per tutti, soprattutto per i pensionati. Tuttavia, le recenti statistiche registrano un aumento costante di pensionati italiani residenti all'estero, al punto che la stessa categoria, generalmente considerata come un elemento statico e ‘di peso' della società, si sta facendo protagonista di un vero e proprio fenomeno di emigrazione previdenziale.

L'Europa registra la più alta presenza di pensionati italiani: gran parte dei flussi migratori è stata indirizzata verso i Paesi europei probabilmente per la loro vicinanza all'Italia e per la qualità della vita e dei servizi sociali, in particolare sanitari, che viene generalmente garantita.

Ma è soprattutto il peso fiscale che incide in misura inferiore sui trattamenti previdenziali dei pensionati che risiedono all'estero.

Accanto alla “fuga dei cervelli”, legata alla ricerca di occupazione, soprattutto da parte delle generazioni più giovani, inizia a evidenziarsi anche una “fuga dei pensionati”, che per motivazioni personali, per ragioni economiche e per aspettative di vita più vantaggiose scelgono di stabilirsi in Paesi diversi dal nostro.

Una tendenza che non possiamo ignorare ma che, come sindacato dei Pensionati, abbiamo il dovere di monitorare e contrastare attraverso la nostra azione rivendicativa, volta alla tutela del potere d'acquisto degli assegni pensionistici e alla creazione di condizioni economiche e fiscali che rendano ‘concorrenziale' e ‘appetibile' il nostro Paese rispetto agli altri Stati.

Tra le novità in materia fiscale della legge di Bilancio 2019 si segnala l'introduzione del nuovo art. 24-ter del TUIR in base al quale le persone fisiche titolari di redditi da pensione erogati da soggetti esteri che trasferiscono la propria residenza in Comuni della Sicilia, Sardegna, Calabria, Campania, Puglia, Basilicata, Abruzzo, Molise con una popolazione fino a 20.000 abitanti, possono optare per l'assoggettamento dei redditi di qualunque categoria percepiti da fonte estera all'imposta sostitutiva del 7%.

Le condizioni da rispettare sono le seguenti:

  • trasferimento della residenza fiscale in uno dei Comuni delle regioni sopra elencate, con popolazione fino a 20.000 abitanti;
  • il soggetto non sia stato fiscalmente residente in Italia per almeno cinque periodi d'imposta precedenti a quello in cui l'opzione diviene efficace (vale a dire, il periodo d'imposta in cui avviene il trasferimento della residenza fiscale in Italia;
  • l'opzione è valida per i primi cinque periodi d'imposta successivi a quello in cui diviene efficace e viene esercitata nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d'imposta in cui viene trasferita la residenza fiscale in Italia.
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