Cronaca semiseria di una disfatta in corte

16/11/2017

Come è maturata questa sciagurata sentenza, o meglio, in quale contesto si è svolta l'udienza pubblica ? Questa è la cronaca elaborata da chi ha avuto, purtroppo, la sfortuna di essere presente al Palazzo della Consulta nella giornata del 24 ottobre.

Tanto per cominciare…. La nostra causa, riguardante decine di milioni di pensionati, anzi di italiani, visto che la perequazione influisce anche sulle pensioni future degli attuali lavoratori, una causa del valore di alcune decine di miliardi di euro, era stata inserita, in sesta posizione, in un pacchetto di udienze di ben 10 cause da trattare. Già questo ordine del giorno, lasciava pensare….. con una prima considerazione: nessun riguardo per l'importanza della nota questione, equiparata ad altre, per lo più, di natura amministrativa, circoscritte a enti pubblici oppure di natura privata (confisca di beni a una famiglia mafiosa, la stagione venatoria in Puglia, equiparazione fiscale delle sigarette elettroniche a quelle con la nicotina e via di questo passo...).

L'ordine di svolgimento viene variato per adeguarsi alle esigenze del momento e due cause, (la 8 e la 9) vengono anticipate e svolte subito. Fattore molte importante, e poi vedremo perché, a tutti gli avvocati dei proponenti di queste udienze è stato consentito di parlare più o meno senza preventiva limitazione o brusca interruzione, aggiungiamo, come logica e correttezza richiedono, purchè, però, questo avvenga per tutte le cause e per tutte le parti in causa, ma non è stato cosi.

Solito rituale da palazzo imperiale: due carabinieri in alta uniforme troneggiano ai lati dell'ingresso della Corte e dopo ogni mezz'ora per loro avviene il cambio con tanto di colpo di tacco; un commesso in livrea con papillon beige assiste impettito alle spalle del presidente pronto a soddisfare ogni sua esigenza; un secondo commesso, dopo aver aiutato il cancelliere al rivestimento della toga e del bavaglino si posiziona all'ingresso del pubblico per provvedere al riempimento continuo e immediato dei bicchieri d'acqua degli eccellentissimi, giudici perché (chi lo vieta: il protocollo ? l'ambiente ? il rituale ?) non è prevista una normale presenza di bottiglie d'acqua nelle postazioni dei singoli giudici come avviene in tutti i dibattimenti pubblici. Un encomio particolare a questo commesso per la tempestività e l'inappuntabile svolgimento del suo compito nel soddisfare la sete di coloro che gestiscono la Costituzione italiana, attraversando la sala, in corso di udienze, col bicchiere prima vuoto e poi pieno….. Gli avvocati di turno, intanto, rispettando la prassi, si sprecano in aggettivi con superlativi assoluti nei riguardi del Presidente e del Relatore di causa: eccellentissimo, chiarissimo, illustrissimo, tranne uno che inciampa in un semplice esimio. In questo spettacolare contesto, più imperiale che costituzionale, si giunge alle ore 13 quando il Presidente annuncia che la causa 6, la “nostra”, viene spostata al pomeriggio considerata la complessità della stessa. Decisione, in apparenza, favorevole alla previsione di una maggiore disponibilità di tempo per gli interventi.

Ottima mossa, ma invece….. Alla riapertura pomeridiana, alle 16, sempre l'illustrissimo Presidente annuncia che, poiché sono previsti gli interventi di 7 avvocati, impone agli stessi un limite temporale di 5', sì, cinque minuti, e pure con l'utilizzo della campanella allo scadere millimetrico di questa risicata durata. Nessuna obiezione: la subordinazione alle decisioni presidenziali da parte dei Legali appare totale e non per colpa loro, nonostante la rilevantissima “entità” della causa perché è facoltà del Presidente orientare il dibattito come meglio crede.

Si assiste, a questo punto, da parte dei Legali, ad un'affannosa rincorsa verbale, a perdifiato, con accavallamenti di leggi, di commi, appunti saltati e ricercati, con l'ultimo a parlare che rinuncia a rincorrere i tempi rimettendosi a quanto esposto (esposto ? casomai soffocato) dagli altri …. L'unico a non perdere il proprio aplomb è, invece, l'Avvocato dello Stato, una brillante signora, che esplica le proprie ragioni, con tranquillità, proponendo il rigetto delle richieste e rimanendo nei 5' prefissati, ricevendo, per questo, pure un personale ringraziamento dal Presidente. Atmosfera tipica del “più presto facciamo e meglio è”.

Alla fine qualche dato e qualche considerazione...
Complessivamente il dibattimento è durato poco più di un'ora, della quale ben 25' riservati alla Relatrice nell'esposizione della questione, e più o meno mezz'ora per gli interventi affannosi degli avvocati: un'assurda limitatezza e limitazione di tempo che si prestano a qualsiasi commento, soprattutto se paragonate alle precedenti cause nelle quali gli avvocati hanno parlato senza alcun preventivo assillo categorico.

Ci chiediamo quale sia l'utilità di una (costosissima) udienza pubblica nella quale un commesso viene pagato per riempire i bicchieri d'acqua, un altro è a disposizione del Presidente, un corridoio con altri commessi a fare solo presenza, con decine di avvocati giunti da tutta Italia, ad alcuni dei quali viene imposto di trasformare la loro solenne oratoria in una fulminea cento metri olimpica, con giudici togati (i più pagati nel settore pubblico) all'apparenza attenti ad ascoltare ma nessuno, tranne la Relatrice, che prenda appunti.

Da tenere presente che per tutte le 15 ordinanze di remissione finite alla Corte Costituzionale erano state preventivamente presentate corpose documentazioni, come confermato dalla Relatrice, di decine e decine di pagine per cui costringere a sintetizzare le motivazioni del ricorso in soli cinque minuti diventa un'impresa impossibile, solo un inutile spettacolo, con il massimo rispetto per tutti i protagonisti.

Sarebbe preferibile abolire queste udienze pubbliche del martedì e lasciare gli eccellentissimi giudici, super pagati e superprivilegiati, a decidere in camera caritatis, protetti dalle storiche mura del Palazzo della Consulta dove la legge consente loro di rimanere la bellezza di nove anni, lautamente retribuiti e privilegiati prima per diventare adeguatamente benestanti pensionati dopo.

Dante Columbro